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Cinema

Alla fine degli anni Cinquanta un gruppo di cineasti stravolge il cinema francese. È la Nouvelle Vague di Truffaut, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, solo per citarne alcuni. Nello stesso periodo il cinema americano conquista il pubblico con la formula stereotipata della contrapposizione tra buoni e cattivi, il bene che trionfa sul male. Il lieto fine, insomma, condito da molte parole e altrettanti sorrisi. “Perché bisogna sempre parlare? Io trovo che spesso bisognerebbe tacere, vivere in silenzio. Più si parla, meno le parole hanno significato” è invece una delle frasi più celebri di Jean-Luc Godard che meglio di altre sintetizza un movimento che riunì, come ebbe a dire François Truffaut, quelli che decisero di fare film dopo aver visto Quarto Potere di Orson Welles. Una sorta di fauves, per fare un paragone con il mondo dell’arte, che gravitava intorno agli iconici Cahiers du cinéma, nati come manifesto di un cinema che doveva essere capace di svincolarsi dai linguaggi classici e di sporcarsi le mani con il sociale, la politica, sullo sfondo di un esistenzialismo che porta i protagonisti a guardarsi dentro, come se fossero perennemente inchiodati di fronte a uno specchio. C’è lentezza e non azione. C’è la camera, spesso improvvisata a dare luce all’attore. C’è lo sguardo, la camminata, la figura, più che il dialogo. In una parola, è il dettaglio a fungere da cifra stilistica per narrare l’alienazione e per scardinare, senza falsi moralismi, decine e decine di luoghi comuni con l’obiettivo di andare oltre la superficie e di far emergere, anche per implosione, le fragilità e le spigolature dell’animo umano. Le inquadrature sono lunghe, le interruzioni brusche, lo storytelling è discontinuo: ciao America, non c’è più posto per l’illusione. La realtà è qui e brucia per chi la sa leggere. Addio eroi, addio ideali. L’insensatezza della vita, l’inadeguatezza di chi la attraversa, sta tutta nei jump cut di cui la Nouvelle Vague è ricca. Come nella corsa di Antoine verso il mare (I Quattrocento colpi di François Truffaut): il vento tra i capelli, l’addio al riformatorio, le ginocchia alte per saltare oltre le regole e liberarsi da ogni ostacolo. Come gli occhi di Jeanne Moreau, sensuali e caldi, che aprono Ascensore per il patibolo di Louis Malle che è già l’aritmetica di un’anima tormentata. O la malattia di Michelle in Gli amanti di Pont Neuf di Lèos Carax, che non è meno disperata delle ferite che Alex, saltimbanco e ubriacone, si procura sul ventre. Eppure, non c’è aria di banlieu. Mai. Anche dove la banlieu c’è.

C’è una raffinatezza rarefatta che accomuna la sezione dei Classici della Nouvelle Vague a quella che racconta Parigi e il jazz, fino ad arrivare ad una contaminazione più contemporanea con le Matinée dove il citazionismo esplosivo di Bertolucci fa da contraltare agli omaggi psichedelici e irriverenti di Wes Anderson. Un viaggio nel tempo, la nostra rassegna cult presentata da Giacomo Manzoli (in collaborazione con il DAMS di Bologna) tra cifre stilistiche diversissime, mostri sacri, leggende e nuove scoperte per rileggere una rivoluzione senza armi e senza troppi proclami che la storia l’ha cambiata sul serio.

Incontri, talk e cineforum, all’interno di Palazzo Fruscione, sono a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti.

È consigliata la prenotazione online e su: booking@tempimodernidee.com

 

Per gli eventi in collaborazione con Linea d‘Ombra Festival XXVII Edizione:  info@lineadombrafestival.it

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